A Copenhagen i potenti della terra decideranno di salvarla?
Hope-ngan: città della speranza. Così è stata ribattezzata l’accogliente città nordica che all’approssimarsi delle feste natalizie diventa la vetrina delle celebrate saghe di carri e renne e sante lucie, dei più gioiosi riti liberatori legati alla fantasia del ghiaccio che affrancano l’uomo nordico dalle lunghe giornate di ombra e oscurità.
Dal 7 al 18 dicembre si svolgerà la Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite per un accordo a livello globale fra paesi sviluppati e quelli emergenti per stabilire nuove prassi di sopravvivenza per la storia del nostro pianeta.
A Copenhagen, per lunghe giornate, i proprietari delle sorti politiche delle nostre case, delle nostre città, dei nostri paesi avanzati e di quelli più trascurati, decideranno morte o salvezza del pianeta, e dietro alle solite parole ‘risparmio energetico, basse emissioni di C02, surriscaldamento del pianeta terra, attenzione ai consumi, scelte consapevoli, bioarchitettura’, dovranno trovare non solo piste semantiche ma programmare accordi e vere soluzioni da attuarsi dopo la conclusione dell’accordo di Kioto dal 2012.
Soluzioni su larga scala, ma anche scelte esemplari adottabili nella vita ordinaria, che anche il cittadino comune comprenda e condivida. Le logiche delle grandi scelte politiche non potranno svincolarsi dai terminali attuativi che in ogni famiglia, in ogni scuola, in ogni gesto l’uomo dovrà operare. In alternativa si subiranno gli effetti devastanti sulla salute: al surriscaldamento della superficie terrestre è per esempio da attribuire la maggiore diffusione delle malattie infettive e l’espandersi delle allergie da polline e il sempre più attuale rischio di pandemie.
Chi inquina non paga
Il rapporto dell’IPCC [1], sintesi delle osservazioni condotte negli ultimi sei anni, informa che i sistemi naturali marini acquatici e terrestri stanno già risentendo del surriscaldamento della temperatura globale e gli indizi chiave sono: l’aumentata instabilità dei terreni nelle regioni coperte da ghiaccio perenne, la frequenza delle valanghe in montagna, le ondate di calore, la frequenza di piogge intense a carattere ciclonico, tragiche inondazioni, devastazioni idrogeologiche, il rialzo delle temperature marine tropicali, l’incremento della produzione dei nutrienti in laghi e fiumi con conseguente proliferazione di alghe, l’anticipo delle fioriture primaverili e così pure delle migrazioni di uccelli, il cambiamento della struttura dei venti, lo spostamento di intere popolazioni animali (per esempio di branchi di pesci verso nord) con la conseguente rottura dell’equilibrio dell’ecosistema.
Secondo l’IPCC l’aumento delle temperature medie globali degli ultimi 50 anni è dovuto all’aumento della concentrazione atmosferica di gas ed effetto serra causato dalle attività umane, probabilmente perché negli ultimi 30 anni siamo diventati più numerosi e più ricchi: le emissioni di gas serra sono cresciute del 70%: da 28 a 49 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente. E la concentrazione mondiale di anidride carbonica, il più importante gas serra prodotto dalle attività umane, è in un certo senso la loro ‘impronta’ indelebile di un cambiamento senza ritorno.
La natura, il nostro capitale di base più importante, non compare nei bilanci aziendali e in molti dati economici nazionali e di conseguenza la sua svalutazione avviene senza clamori, ma se ecologia e finanza non marceranno in parallelo la crisi più pericolosa sarà il crollo del sistema climatico.
Di chi è la colpa?
I settori che hanno contribuito maggiormente alla crescita delle emissioni globali sono il settore dell’energia, seguito dai trasporti, dall’edilizia, dall’industria e dal cambiamento dell’uso del suolo e delle foreste. La mancanza di regolamenti nazionali e da parte delle regioni e dei comuni una scarsa coerenza ed omogeneità del rispetto dei limiti. Ne sono testimonianza i vagoni di rifiuti tossici spostati da nord a sud e fra paesi europei confinanti.
Su questo tema il professor Stefano Caserini ha pubblicato nel 2008 ‘A qualcuno piace caldo’ Errori e leggende sul clima che cambia’. Nel settore dell’informazione sui cambiamenti climatici si assiste da qualche tempo a una pericolosa biforcazione. Da un lato, la quasi totalità degli scienziati è concorde nell’indicare nelle attività umane il principale responsabile dell’aumento di CO2 nell’atmosfera con la conseguente crescita delle temperature globali, a cui diventa sempre più urgente fare fronte con politiche e strategie mirate; dall’altro, sui media trovano spazio argomentazioni che di scientifico spesso hanno poco e che negano qualunque valore all’imponente mole di evidenze che si va via via accumulando. Non passa infatti giorno senza che qualcuno affermi che il riscaldamento globale non esiste, o che se anche ci fosse non sarebbe poi così male, oppure che è causato dal Sole, dai vulcani e persino dai moscerini, con il risultato di un’inerzia sospetta.
Focalizzandoci sulla gestione politica del nostro territorio, l’Italia viene considerata l’ultima grande nazione al mondo negazionista in quanto la maggioranza della classe politica nega il problema. Non a caso proprio a Roma il 21 dicembre la rappresentanza del Parlamento europeo ha organizzato il meeting internazionale della sostenibilità con l’iniziativa ‘Vota la TERRA. Mettiamo questa data in agenda.
Proiezioni climatiche future
Gli scenari futuri si basano su differenti ipotesi di crescita socio-economica e demografica a seconda dell’utilizzo di diverse fonti energetiche.
Nello scenario meno pessimistico in Europa le zone di montagna subiranno una riduzione della copertura nevosa fino al 60%, con concentrazioni ingestibili di gas sera e polveri sottili nelle zone più densamente abitate. In Africa molte popolazioni saranno sottoposte a maggiore stress idrico, (e l’acqua non serve solo da bene o per irrigare m anche per igienizzare) i terreni coltivabili diminuiranno, aggravando povertà economica, malnutrizione e causando abbandono delle terre e immigrazione. In Asia la disponibilità di acqua diminuerà e ci sarà l’avanzata di aree desertiche. In generale aumenterà l’attività dei cicloni tropicali con danni ai raccolti, alle attività umane e contaminazioni idriche; siccità e incendi si presenteranno con fenomeni di innalzamento dell’acqua del mare e la salinizzazione di terre oggi coltivate.
Cosa si può migliorare? Principali tecnologie e pratiche di mitigazione
Nel settore dell’energia si può ipotizzare una distribuzione più efficiente con il passaggio da carbone e gas alle energie rinnovabili: idroelettrica, solare fotovoltaico, geotermica e bionergetica. Si dovrà trovare il modo di catturare e immagazzinare l’anidride carbonica nel sottosuolo.
Nel settore dei trasporti i veicoli dovranno essere alimentati da biocarburanti, veicoli elettrici, le rotte aeree dovranno essere accorciate e rese a basso impatto. La Commissione Europea ha finanziato progetti all’avanguardia per il trasporto su strada ma anche marittimo e fluviale, nella consapevolezza che queste trasformazioni si possono tradurre in nuovi posti di lavoro.
In edilizia le cucine e gli elettrodomestici ‘intelligenti’ dovranno prevedere l’isolamento termico, il recupero e il riciclo dei gas inquinanti, il raffreddamento e il riscaldamento solare attivo, i pannelli fotovoltaici dovranno essere integrati nelle costruzioni.
Nell’industria il bilancio aziendale dovrà tenere conto di alcuni criteri quali l’impiego di materiali ecologici, tecniche di recupero di acqua, energie e calore, metodi che prevedono efficienza energetica avanzata, metodi di stoccaggio del C02, nuovi dispositivi di Emission trading che consenta l’acquisto o la vendita di crediti di emissione fra paesi.
L’obbligo di Clean Emission Trading, già contemplato da Kioto, dovrà forse assumere un profilo locale e familiare oltre che industriale. Se apro l’armadietto dei detersivi e penso a quanta plastica getto ogni giorno mi chiedo se posso controllare il trasporto dei prodotti (NO), la produzione degli involucri(NO), le scelte di packaging (NO), la scelta di refilling (neanche i supermercati Coop la incoraggiano). Posso solo capire che tutto questo circo produttivo non è progresso e che le mie abitudini consumistiche possono comunque cambiare: prodotti a filiera corta, uso di buste di plastica degradabili, riciclo di vetro e carta, lampadine a bassa emissione, elettrodomestici in classe A, cicli di lavaggio brevi, impiego di biocompost per i vasi del balcone, una bici sottomano e auto a energia elettrica da usare solo nei casi in cui non posso camminare.
Sì, ce la posso fare.
Rimane l’incredibile divaricazione fra europei di un’Europa del Nord dove tutto questo è già realizzato e un sud ribelle alle regole di impegno civico. E allora marciamo insieme nelle 100 piazze il 12 dicembre, magari spegnendo quel giorno il riscaldamento di casa.
http://www.100piazze.it
http://www.cittasostenibile.it/IT/agenda_set.html
linked dossier:
http://www.euractiv.com/en/sustainability/recycling-society/article-182499
Verso la società del riciclo
http://www.euractiv.com/en/sustainability/water-business-sustainability/article-173757
Acqua affari e sostenibilità
[1] Cos’è l’IPCC e perché è la voce più autorevole sul clima
L’Intergovermental Panel on Climate Change è l’organo nato nel 1988 per volere dell’Organizzazione Metereologica Mondiale e del programma Ambientale dell’ONU (UNEP) per fornire ai politici e alla comunità scientifica mondiale una valutazione della letteratura scientifica disponibile sui rischi di cambiamenti climatici causati dalle attività umane.