Il Tibet è un problema?
Una visita ufficiale di una delegazione europea in Tibet non è cosa che capiti tutti i giorni. Il Comitato economico e sociale europeo ha effettuato, appunto, una visita fra il 9 e il 17 settembre a Lhasa per rendersi conto direttamente di alcuni aspetti economici e sociali del “problema tibetano”, in accordo con l’omologa istituzione cinese. La decisione non è stata semplice, poiché la questione tibetana è più o meno un tabù: secondo alcuni, sarebbe meglio attenersi all’orientamento dominante vicino al Dalai Lama e ai Tibetani in esilio, secondo altri bisogna allinearsi alla posizione cinese. Il Comitato ha pensato di contribuire utilmente alla conoscenza della situazione inviando una delegazione presieduta dal suo presidente Mario Sepi e composta da altri due membri in rappresentanza di tutte le sue componenti. Certo, un viaggio di una durata relativamente breve permette solo di farsi una prima idea di quanto accade, di qual è la situazione. Tuttavia, sono emerse cose molto interessanti. Per quel che mi concerne personalmente, ho visto un paese con un’aria così limpida che neanche me l’immaginavo e mi sono appassionato a problemi concreti che proprio non conoscevo. Invece, quanto a misticismo non ho provato quasi niente. Mi ha deluso la relazione fra il buddismo (una religione che non conosce dei) e gli dei ancestrali tibetani; si ha un bel dire che questi ultimi sono assunti più come idee e prototipi che come dei, ma resta il fatto che la contraddizione è chiara (oddio, non è che manchino simili contraddizioni in altre religioni!). Poi ho visitato il Potala Palace, la residenza storica del Dalai Lama nonché alcuni templi e ho scoperto sarcofagi di personalità politico-religiose in oro – fino a 3.700 chili – e questo mi ha ulteriormente allontanato dal misticismo; meno male, perchè in una precedente visita ad un tempio pagano a Hong Kong ero stato colto da un breve delirio mistico. Un’altra cosa che mi ha colpito, sempre al di fuori della politica, è il cibo, eccellente, ma mi pare più simile a quello dell’Europa orientale che a quello cinese – mah, forse sbaglio. E poi ho incontrato la grande vendetta dei Pellerossa che vendettero Manhattan agli Olandesi per un sacchetto di “perline”; Lhasa è il trionfo delle perline e dei sassolini venduti agli stranieri! O meglio, c’è un artigianato interessante, ma molto concentrato, anche se non in via esclusiva, su monili, bracciali e simili semi preziosi – insomma, sarò io, ma mi ha fatto pensare alle perline!
Più seriamente, la delegazione ha visitato una serie di organismi governativi e non governativi, associazioni, templi e piccole industrie, in un quadro di discreta libertà, sia per quel che ci hanno detto i personaggi tibetani e cinesi della politica locale, sia per la possibilità di parlare liberamente e senza controlli con gli interlocutori non ufficiali. E poi, soprattutto, abbiamo potuto guardare, il che è davvero tanto.
Una prima conclusione riguarda l’economia. Non c’è dubbio che la Cina inietti denaro a profusione in Tibet. Quasi tutto il reddito locale si basa sui sussidi e si stanno costruendo molte infrastrutture e poi, s’immagina, impianti produttivi. Invece no. Senza entrare in dettagli economici, voglio segnalare una curiosità. Le autorità locali ci hanno fatto visitare una fabbrica di medicinali ed una di birra, che hanno un significativo mercato regionale, dalla Russia all’India: interessanti e ben organizzate, con positive disposizioni in materia sociale, dall’assicurazione malattia a quella contro la disoccupazione. Ma erano le stesse fabbriche visitate 7 anni fa da un collega del parlamento europeo! D’altra parte, le stesse autorità, interrogate su piani di sviluppo economico e produttivo, hanno sostanzialmente auspicato un lungo periodo di sussidi del governo centrale. Un po’ sul serio e un po’ per ridere, il presidente Sepi ha parlato di Cassa per il Mezzogiorno!
Una seconda constatazione riguarda il sociale. A Lhasa e nelle città non va poi così male se, per esempio, c’è una copertura malattia generalizzata, se le autorità si sono mosse moltissimo per affrontare i problemi della casa, specie per i nomadi stabilizzati (una storia ambigua tutta da scoprire), se esiste, come ci ha detto la “capa” dei sindacati locali, una grande attenzione ai salari ed alla protezione sociale. Sembra invece che in campagna le cose vadano diversamente. Certo, quando si dice campagna si parla di insediamenti fin sopra i 5.000 metri, lontani dai centri moderni. Ma due cose mi hanno impressionato. La prima riguarda appunto l'artigianato. Secondo una fondazione danese, ben integrata nel sistema tibetano e del tutto ufficiale, se una donna rurale impara a lavorare le pietre dell’Himalaya e a produrre braccialetti, monili e simili, può aumentare di dieci volte il reddito dell’intera famiglia contadina, figuriamoci quale può essere il reddito di partenza. La seconda è stato l'incontro con una deputata cinese (una storia straordinaria di questa famiglia di miliardari cinesi degli Stati Uniti reimmigrata a Hong Kong) che non invocava certo finanziamenti (a lei e alla Cina in genere i soldi non mancano proprio) ma l’invio di medici o infermieri per addestrare le popolazioni tibetane della campagna all’igiene ed alle prime cure sanitarie. Pare che in campagna l’igiene sia un vero disastro.
Un'ulteriore constatazione riguarda l’esistenza di una società civile locale o "d’importazione occidentale", con certe ONG che sono ormai parte del paesaggio locale, di notevoli dimensioni e con forti collegamenti fra un’organizzazione e l’altra.
Su una questione so che non farò l’unanimità e riguarda la libertà religiosa. Non pretendo di essermi fatto un’opinione definitiva in pochi giorni. Però nella regione autonoma del Tibet su una popolazione di 2 milioni e mezzo di abitanti ci sono 46.000 fra monaci e monache che vivono delle offerte dei fedeli e, mi par di capire, di sovvenzioni governative. Ho visto un sacco di gente pregare per le strade e nei templi (inclusi funzionari cinesi che erano con noi). Quanto alla repressione, ho sentito il vice governatore del Tibet segnalare che c’era un certo numero di monaci, ehm, in rieducazione perchè accusati di atti di violenza durante i moti del marzo 2008. Monaci interrogati non facevano stato di tali arresti, ma piuttosto si preoccupavano del clima di tensione nei monasteri, immagino, per un conflitto di potere fra i monaci più vicini alle autorità e i seguaci del Dalai Lama. Inoltre, molti criticavano lo studio obbligatorio di materie patriottiche nei monasteri stessi. Si tratta di semplici indizi (eh se ci fosse Sherlock Holmes!), ma l’impressione che ho è che la pubblicistica corrente su questa materia non sia tanto esatta.
Infine vorrei citare un’organizzazione che si occupa del sostegno ai bambini ciechi con lo scopo preciso di farne “i primi della classe” e con notevole successo. I fondatori sono una donna tedesca, anch’essa non vedente ed il suo compagno. A vedere i bambini, a parlare con loro, ovviamente!, in inglese (oltre che, per chi ci riesce, in tibetano e in cinese) vien voglia di gridare al miracolo; e dire che per prima cosa hanno dovuto sfatare, con fatica, la leggenda popolare secondo la quale i bimbi erano ciechi perchè in una vita precedente erano stati cattivi e, dunque, si dovevano lasciar cuocere nel loro brodo.
Poi ci sono stati anche momenti di puro piacere, quali i ristoranti tibetani, la riserva umida alle porte di Lhassa (indispensabile, perchè, nonostante il passaggio di fiumi, l’aria è estremamente secca), le conversazioni con persone comuni, come quella ragazzina tibetana che aveva vinto un concorso al Ministero degli Esteri ed era stata assunta giusto la settimana prima proprio per seguire la nostra delegazione. Ci ha presentato una visione semplice della situazione tibetana, con riferimenti familiari e religiosi, anche non in linea con la propaganda, che ci hanno aperto il cuore alla speranza affinché in quel paese le cose possano andare davvero meglio. Ma poi si ripensa ai problemi constatati e ci si dice che ancora c’è davvero molto da fare. Secondo me (fantapolitica) sarebbe meglio che la disputa ormai semplicemente storica col Dalai Lama finisse e che entrambi riconoscessero le reciproche realtà. A questo proposito, vorrei ricordare che il Tibet "rivendicato" dal Dalai Lama, il cosiddetto Tibet storico, rappresenta circa ¼ del territorio cinese. Immaginate di cosa stiamo parlando!
Vorrei concludere citando l'attività comunicazione pubblica che il Comitato ha creduto giusto realizzare su questa visita. Tutti ci avevano sconsigliato di dare un rilievo pubblico alla visita – evviva la trasparenza. Invece il presidente Sepi ha prodotto un blog quotidiano sulla visita, aiutato da Mariachiara Esposito, la sua portavoce. Noi pensavamo che si trattasse semplicemente di un dovere istituzionale normale in paesi democratici allorché un’istituzione prende un’iniziativa. Ma quando i cinesi hanno “scoperto” i nostri strumenti di comunicazione ed in particolare il blog del Presidente, questo è diventato il principale strumento di comunicazione politica ed è stato rigorosamente tradotto in cinese a tamburo battente. Ecco perchè abbiamo voluto concludere con due conferenze stampa: una a Pechino ed una a Bruxelles; davvero numerosi i giornalisti. La maggior parte ha ben messo in evidenza i dubbi e le incertezze, le “scoperte” fatte, le critiche avanzate nei onfronti del governo – compresi i giornali cinesi. Qualcuno, pochi, invece, ha accusato il Comitato di essersi occupato solo di problemi economici e sociali senza tener conto di tutto quello che, normalmente si trova sulla stampa su problemi politici, territoriali o di altro genere. Critica davvero benvenuta: il Comitato si è, infatti, occupato di quei problemi, per i quali è davvero competente, che sono, fra le altre cose alla base della promozione dei diritti fondamentali.
| autore: | Andrea Pierucci |
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