Ravenna Festival si gemella con Nairobi
di Lucia Cucciarelli
A Ravenna con Cinderella, Riccardo e Cristina Muti e i bambini africani che cantano il Nabucco meglio degli italiani
Cristina Muti Mazzavillani è andata oltre. Oltre l’Europa, oltre Sarajevo, il Libano, il Mediterraneo verso la nuova frontiera dell’incredibile cooperazione umana, culturale e musicale che sono gli slum di Nairobi.
Sì proprio i ghetti di cartoni e lamiere dove molti dei 2.000.000 di bambini, orfani di genitori morti di Aids, trovano in oggetti di recupero e nell’agire musicale una ragione di sopravvivenza, una dimensione di dignitosa esistenza.
Ma all'improvviso una voce dall’accento romagnolo improvvisamente irrompe nella platea e un gentile signore dall’aria trasognata comincia e evocare i tempi in cui i cantastorie sfamavano l’immaginario di grandi e piccoli con racconti di riso e di pianto.
L’attore burattinaio Sergio Diotti crea un suggestivo stacco sul mondo della fiaba e sui significati metaforici che ancora riesce a accogliere, spesso naufragati da tempi lontani sulle nostre isole contemporanee.
Cristina Muti si aggira fra gli ospiti sul palco, impareggiabile dama di intrattenimento colto, forte di un’esperienza di interculturalismo musicale e teatrale che in Italia non ha eguali, e credo che neppure in altri paesi il sincretismo culturale che lei ha promosso nelle precedenti edizioni del Ravenna Festival abbia qualche pallido concorrente nel mondo globale.
Cristina Muti è riuscita nello spazio del teatro Dante Alighieri, davanti a un pubblico assorto, a presentare a tutti il senso della Fiaba, la grande metafora del nuovo percorso che dal 7 giugno al 9 luglio aprirà il Ravenna Festival a una teatralità senza confini con un intreccio di sinfonie nelle massime espressioni di Abbado, Nagano e Salonen, danze, notti africane, racconti di viaggio e un evento unico per gli amanti della filologia musicale: “I due figaro” di Mercadante che sarà diretta da Riccardo Muti. L’opera composta a Madrid nel 1826, autentico gioiello musicale recuperato all’oblio, stilisticamente rimanda a Rossini pur essendo pervasa da movimenti di fandango e bolero che le conferiscono un indelebile colore spagnolo.
E questo è il primo scenario a cui si è aggiunto l’eccezionale intervento di Matthew Bourne e dell’opera Cinderella che da 60 giorni incendia il teatro londinese di Regent, avendo il regista colto nel testo musicale di Prokofiev scritto nel 1940 le note strazianti degli attacchi aerei del seconda guerra mondiale e l’aria di rapidi mutamenti a cui la gente ispirava anche gli incontri, gli abbandoni, le emozioni che fanno da cornice a una storia d’amore indimenticabile.
Ma la seconda parte della proposta attraverso filmati proiettati sulla scena, portano il pubblico nell’Africa nera, prima in una sorprendente versione di un’altra fiaba, ‘Il Flauto magico’, cantato e interpretato in una proposta assolutamente nuova ma profondamente avvincente che vedremo nel corso del Festival a giugno messa in scena da Isango Portobello.
La compagnia teatrale viene da Capetown, dove la fiaba è cantata e suonata da un’orchesta di marimbe: la partitura di Mozart viene riproposta in una dimensione groove, che risulta tuttavia in continuità con le inquietudini mozartiane.
Da ultimo Cristina Muti, riesce a compiere una cucitura da gran dama, presentando in un teatro elegantissimo, a un pubblico assorbito nella dimensione forse di più alto rango culturale, la proposta di una folla di piccoli cantori africani, salvati dagli slum e dalla fame da coraggiosi frati italiani. Bambini massacrati dal destino, che rischiano di perdere la loro identità, memoria e storia collettiva.
Bambini che si dimostrano non solo consapevoli degli sforzi delle persone che li hanno aiutati ma dimostrano la loro capacità di essere veri prodigi artistici e di poter eseguire un coro che stupisce lo stesso maestro Muti: in 200, sotto la direzione di un frate entusiasta, eseguono il ‘Va Pensiero’ con il tempo che Verdi voleva lento, greve e sottovoce.
“La cultura europea diventa il punto di collegamento con la civiltà musicale africana che riesce a trasfigurarla restituendone con vigore il senso e le metafore, sottolinea Riccardo Muti- là dove le stesse opere da noi sono state modernizzate, con cupi colori e carri armati in scena, in Africa sono restituite a un irresistibile vigore artistico.”
