Uomini da ricordare
In emilia-Romagna e altrove
di Francesco Gencarelli
Chissà se è lecito, in questi giorni ispirati alla lotta contro l'oblio, soffermarci a ricordare anche altri momenti della nostra storia, altre persone che ci hanno accompagnato nel passato. Magari calcando la stessa terra e le stesse strade che ci ospitano al giorno d'oggi: l'Emilia-Romagna. E lasciano un segno nelle cose, nelle esperienze di noi tutti: un segno evidente, solo che vi ritorni brevemente sopra.
E' certo il caso a governare le date, ma talvolta possono essere utili per tenere nella nostra mente fatti e persone di cui è, o sarebbe, bene non dimenticarci mai.
Lo è senz'altro per la distruzione dei luoghi rappresentativi della barbarie nazifascista in tutta Europa, ma può esserlo anche, senza che l'accostamento risulti fuori luogo, per la morte dell'uomo rappresentativo della musica e dell'Italia che si avviava alla propria unificazione culturale. Fu infatti proprio un 27 gennaio (quello del 1901) a vedere la morte di Giuseppe Verdi, accompagnato dalla commozione (e dal silenzio) di tutta l'Italia, che riconosceva in lui un artista che aveva dato corpo, musica e parole ai sentimenti della nazione nei suoi primi anni di istituzione. Milano si fermò e con i milanesi milioni di italiani si sentirono defraudati di un padre che lasciava una ricca eredità di poesia e di incitamento.
Ma non sempre i complessi meccanismi dell'informazione e delle celebrazioni ufficiali rendono giustizia ai fatti e alle persone che sono nati o hanno operato in queste terre, raggiungendo vette impensabili quanto fondamentali (ma talvolta poco o non sufficientemente conosciute) in vari campi della cultura e della scienza.
Questo è il caso di due uomini, nati uno nel '900 e l'altro nel '600, uno a Carpi e l'altro a Faenza, per dedicarsi alla complessa e faticosa arte della medicina: Cesare Maltoni e Bernardino Ramazzini.
Cesare Maltoni era nato a Faenza, nel novembre del 1930, ed aveva dedicato studi e professione alla ricerca nel settore della cancerogenesi industriale fino alla sua morte avvenuta a Bologna il 22 gennaio del 2001.
Non si può rinchiudere la vita di ognuno di noi nelle fredde definizioni tecniche e scientifiche del proprio curriculum, e meno che mai per Cesare Maltoni, persona di squisita cultura e di profonda umanità, doti che l'hanno sempre accompagnato nel suo percorso di vita.
Ma un breve excursus nella sua biografia serve a ricordarci le sue caratteristiche. Maltoni si laureò in Medicina e Chirurgia nell'anno accademico 1954-55 presso l' Ateneo bolognese, laureandosi con un maestro della patologia (altra persona da tenere a mente): Giovanni Favilli. E' stato Direttore dell'Istituto di Oncologia di Bologna (1964-1997), Direttore del Centro Bolognese per la Prevenzione, la Diagnosi dei Tumori e la Ricerca in Oncologia (1966-1989), e Direttore Scientifico dell'Istituto Ramazzini e della Fondazione Europea di Oncologia e Scienze Ambientali "Bernardino Ramazzini".
Ma quel che conta forse di più è che Maltoni ha condotto presso i suoi laboratori di Bentivoglio ricerche sulla cancerogenicità di centinaia di sostanze presenti nell'ambiente e nei luoghi di lavoro. E' stato il primo a dimostrare che il cloruro di vinile è un agente cancerogeno sia per l'animale che per l'uomo e causa, fra gli altri tumori, l'angiosarcoma del fegato. E' stato il primo a dimostrare che il benzene è una sostanza cancerogena di enorme potenza. Considerazione accessoria è che queste sostanze erano e sono tuttora all'attenzione delle autorità pubbliche e private nella continua battaglia condotta a tutte le latitudini per la difesa della salute e del diritto al lavoro sano e alla salvaguardia delle basilari condizioni di vita. Ma solo Maltoni con i suoi “protocolli” di ricerca (divenuti sinonimo di rigore e di serietà scientifica) riuscì a smentire i risultati più accomodanti e un po' distratti di altri centri di ricerca spesso legati a doppio filo con le multinazionali della chimica.
I risultati delle ricerche di Cesare Maltoni (che qui abbiamo richiamato per sommi capi, in un elenco essenziale e poco esaustivo) sono sempre stati accolti dal mondo scientifico e sindacale internazionale come traguardi essenziali e di assoluto rilievo.
Di pari valore, per fare un esempio, della attività di ricerca e di denuncia sull'uso dell'amianto, condotta negli Usa da Irving Selikoff. Condotta e vinta, come sappiamo oggi, dopo le difficili traversie attraverso le quali si è riusciti a proibirne l'uso nelle fabbriche e nelle case civili, nelle scuole come negli ospedali, e ancora oggi oggetto di campagne di risanamento (basti pensare al materiale ferroviario).
Insieme con Irving Selikoff (ed altri 180 studiosi di tutto il mondo) Maltoni costituì il Collegium Ramazzini una accademia internazionale e indipendente sorta nel 1982 a New York con la missione della salvaguardia dell'ambiente di vita e di lavoro. Il primo simposio scientifico del Collegium ebbe luogo a Carpi, città vicino Modena, e terra natale di Bernardino Ramazzini.
Ecco quindi l'altro emiliano cui prima si faceva riferimento. Conosciuto (magari nella zona del modenese o nella ristretta comunità scientifica internazionale) ma poco celebrato, Ramazzini si laureò ed esercitò la sua professione a Parma e quindi a Padova. Con una caratteristica: fu il primo scienziato a considerare che prima di consigliare la terapia al paziente il medico doveva informarsi sul mestiere da lui svolto e sulle condizioni di vita e di lavoro.
Pubblicò nel 1703, rivedendolo nel 1713, un manuale di medicina del lavoro: De Morbis Artificum Diatriba (Trattato sulle malattie dei lavoratori), ancora oggi studiato nelle aule Universitarie. Ramazzini considera ed elenca una cinquantina di professioni diverse (fra cui enuncia anche quella delle monache) e per ciascuna compie un'accurata analisi delle sostanze con cui entrano in contatto e delle specifiche condizioni di lavoro.
La vita di Ramazzini si snodò attraverso le Università e i luoghi di lavoro dell'Italia centro settentrionale, in zone che passavano rapidamente da un dominio all'altro, e da un signore a quello del feudo vicino. Fino a stabilirsi in un posto forse più tranquillo (Padova) meno esposto ai capricci della storia di quanto fosse il ducato di Modena e quello dei Farnese.
Certamente questa gemma della cultura scientifica e medica italiana meriterebbe un'attenzione maggiore. Almeno nel nostro paese, dato che altrove la fama è ben diversa. Addirittura in Giappone esiste una statua di Bernardino, ma a Carpi sul muro del palazzo prospiciente il castello dei Pio si può ammirare un suo busto.
Cosa meglio di una frase tratta dalla sua Diatriba per concludere questa nota:
"Molte sono le domande che il medico deve rivolgere al malato e a coloro che l’assistono. Ippocrate nel De affectionibus dice: “quando sei di fronte a un ammalato devi chiedergli di cosa soffra, per quale motivo, da quanti giorni, se va di corpo e cosa mangia”. A tutte queste domande bisogna aggiungere un’altra: “che lavoro fa”. Quando il malato è uno del popolo, questa domanda risulta importante, anzi necessaria, se non altro per individuare la causa della sua malattia. Succede raramente, nella pratica, che il medico faccia questa domanda agli ammalati.”
E siamo ancora agli inizi del 1700.
FGECV120127
