L’isola dei contenti
Francesco Gelu
Cara redazione dopo le ‘note d’estate bolognese del famoso Gencarelli, invio una nota di altra latitudine estiva.
Il mio cv?
Ho 25 anni, sono low cost, hight tech, blue jeans, house dj.
Decidono sempre tutto le donne e la mia ragazza ha prenotato Marettimo, che io credevo un posto di mare qualsiasi fra Cattolica e Civitanova.
E’ il punto più africano dell’Italia. Dove ho trovato abitudini e usi civici degni di un paesino dell’Alto Adige.
Per esempio: i rifiuti. Solo raccolta differenziata di tutto, con gli operai addetti perennemente fra i piedi. Non si capisce se è una strategia turistica o è un vero habitus consolidato.
I quotidiani
Li dovete ordinare nell’unico spaccio dove trovate catalogato tutto quello che secoli di mare ha abbandonato sull’isola. Dai cocci del Paleolitico alle attrezzature da Palomabaro.
Mentre faccio la fila, sì la fila, vedo vecchi ritagli di giornali ingialliti: ‘Partirono gente, tornarono Foto’. Uno schiaffo sociale per noi turisti ventenni, già condannati a tutto. Anche a sentirsi in colpa per quelle lontane storie di emigrazione.
‘Si, ma in quest’isola si muore di cene, tutte le notti, fino alle tre….’grida una signora annoiata a un’amica sbadata.
La fila davanti allo spaccio archeologico è lunga e silente.
'……Si muore di cene…..’ la signora col cane trascina la povera bestia spalmata sul fresco del pavimento.
La padrona paciosa alla cassa – un scatola di plastica da freezer - composta in abito nero e permanente, notaia di redazione, è il vero capostazione di questo porto di viottoli di mare.
Andare o restare.
Aspettare in fila che trovi il tuo nome prenotato e crocettato, o protestare e riciclare il giornale del giorno prima..
Sono in astinenza da Gazzetta dello sport, arrivata in sole tre copie, ma senza clienti.
Leggo il portolano appassito appeso sopra una fila di reperti di mare.
Ruttu Pirciatu: la grotta bucata.
Ma allora la parola piercing profuma di mare.
Tutto già vecchio per noi giovani.
Un governo che non finanzia mai innovazione, solo i social network che sfornano finzione.
Ieri sera in piazza, una band – i Recover – suonava archeomusica: Zucchero, Baroni, gli Stadio, uno strappo con l’ultima di Ligabue, ma l’audience ballava.
I quarantenni scettici con i bimbi in una mano e una birra nell'altra, i cinquantenni increduli di non doversi nascondere con baffi e parrucche nelle disco high digital.
L’isola
Una fitta trama di stradine bianchissime assorbe umori e rumori in un arabesque di case e di colori sparati al cielo da bougaville esagerate.
Picchi e spicchi di verde con percorsi di trekking feroce attirano nordic walking, beach walking e anche gente con scarpe normali.
Le americane hanno solo infradito di pura plastica sdrucciolevole.
L’isola è riserva marina e in effetti la sera contiamo i velieri passeggeri. Mai più di una dozzina.
Sarebbe una rovina per un eco sistema solidale, che a noi piace.
Le spiagge sono gratuite, le rocce ben trattate, un giro completo in barca dell’isola è contenuto in 15 euro. Le cene e le pizze sono genuine e senza le spine del conto delle nostre aree north-metropolitane. Dormire costa 30 euro in un B&B pulito e a gestione materna.
Sono riuscito a entrare nelle grazie dello spazio dello spaccio della venerabile in nero e – sono sincero - La Gazzetta in rosa profuma di calcio mercato.
La mia ragazza sorbetta la granita di gelso rosso. E sul mio Twitter sono tentato di taggare l’isola e il suo mare, oggi un poco mosso.
Per un attimo ho esitato, mi sono fermato e ho scritto a voi questo mio pensiero di mezza estate.
Forse Facebook lo apprezzate.
Francesco Em GELU