Da Bologna a Dar El Salaam, via Qatar
Lucia Cucciarelli
La terra è rossa e tutto quello che indossi, che mangi, che usi, che tocchi, dopo qualche ora è spolverato di cipria rossa. Non ti senti sporco. Non c’è nessuna traccia di smog o dei dieci veleni che ti inquinano ogni respiro nella valle Padana.
Penso che i vini, i legumi, e tante altre mboga, semplici zucche o zucchine o ortaggi dai sapori intensi qui possano nascere con la rapidità di un temporale. E così è-
La gente mangia uzali, polenta di mais bianco, polenta di miglio, ma anche tante verdure dai nomi intraducibili che il presidio slow food di Mnsido Mahinya, uno dei quaranta orti dell’Africa, vuole salvare e rimettere in coltura.
I mille orti per l’Africa
Slow Food sta cercando prodotti antichi, colture scomparse fra le mille pieghe di una terra che ci è straniera, che comunque per millenni ha vissuto con un regime alimentare lontano dal mais, dal pomodoro e da altri prodotti importati in epoca coloniale. Slow sta cercando, studiando, riproducendo, scavando, ma è un lavoro di bioarcheologia quasi impossibile, perché le specie si sono incrociate, innestate, contaminate. Ma le banane pretendono ancora di essere diverse: quello straordinariamente verdi e grandi che si mangiano solo bollite o fritte le batanas, quelle piccolissime che sembrano piccoli dolci della natura.
Vicino a Songea al Centro di formazione agraria Kituo cha kilimo namifugo endelevu di agricoltura e allevamento sostenibili, sostenuto dal COPE di Catania, dalla Cooperazione Italiana, dal CEFA e dall’Unione Europea, dove gli studenti imparano tecniche di sostenibilità e sono incentivati attraverso meccanismi di microcredito a forme di imprenditorialità. Oltre ai progetti di cooperazione il centro ospita anche uno dei 40 presidi africani dove Slow Food cerca di recuperare colture quasi scomparse per diffonderne anche le sementi. Sono state incoraggiate varie tipologie di Bustani, ovvero di orti, per esempio lo School garden a scopo didattico o il Community garden, orto costruito e gestito dagli abitanti di un villaggio e orti di gruppi di persone con bisogni speciali. Per esempio uno di questi gruppi è costituito da malati di Hiv che non possono fare grandi sforzi fisici e devono mangiare cibi ad alto valore nutritivo.
Gli odori
Sono quelli di un’Italia rurale, povera e lontana.
Il fuoco fatto con la legna, la stufa a legna dove cucini lo stufato, sulle piastre, inforni il pane e scaldi l’acqua con cui ti laverai o laverai i panni o i piatti.
Profumi di cipolle soffritte.
L’acqua
A luglio scarseggia. La stagione delle piogge riprenderà a ottobre e quindi ti lavi con una bottiglia di acqua bollente, la misceli con l’acqua del fiume e ti lavi facendo scorrere sul collo un pentolino di plastica. Ho fatto delle mini olimpiadi si consumo slow e sono arrivata farmi doccia e shampoo con tre litri. L’acqua è dolce e non scioglie il sapone.
L’acqua del risciacquo la raccogli in un bidone rosso e la usi per il wc rigorosamente alla turca.
L’alloggio ha lo stesso odore di altre case marocchine. Forse è il tipo di sapone con cui sono lavati lenzuoli e indumenti. Un odore che ricorda il mais maturo.
Cucina
Teresa, chiamata Teddy, ha 29 anni, lavora per 2000 scellini al giorno, un euro, ha imparato a infornare focacce e trecce di pane che ricordano i forni dell’Appennino. Io asciugo i piatti che lei lava, un caos di stoviglie che il nostro camp di 14 persone tutte le sere ammucchia nella piccola cucina. KISSU, UMA, KIJIKO coltello forchetta cucchiaio.
SASA MIMI NINASOMA KISWAHILI. Sto imparando lo swahili.
Ripeto le frasi kiswahili che Teddy mi pronuncia con una voce forte e slanciata. Voce da gospel e infatti canta nel coro della parrocchia dove è la più alta di tutte, dove il suo corpetto arancione e il suo kanga viola sono il grido di pace delle donne africane, la loro forza di essere ancorate al villaggio, alla nyumba, ai watoto, alle loro case e alla loro gente che vive in una dimensione di capanne villanoviane. Ma io e Teddy ci intendiamo su tutto e ogni nuova parola che riesco a pronunciare viene premiata da canti di gioia.
SASA TUNAQWENDA KUCESA MUSIKI
Adesso andiamo a suonare un po’ di musica.
Dove c’è Barilla c’è casa, dove si si canta Guccini, c’è Piazza Maggiore
Pedrini Francesco, detto Pedro, ha appena chiuso la maturità di perito agrario, ma i suoi capelli rasta, i camicioni africani di cui sta facendo raccolta e l’inseparabile chitarra, incantano i bambini che gli si aggrappano appena si ferma nel villaggio. Li guarda con i suoi occhi azzurri e canta.
Canta Guccini, Gaber, De Andrè, e io penso che il tempo e lo spazio siano due scherzi che forse Einstein aveva ben capito. Due inutili misure che qui in Tanzania non conoscono. Tanti giovani non sano quando sono nati, neanche l’anno.
Nessuno ti chiede quanti anni hai e di che segno sei.
Volevo portare in Africa i testi delle mie canzone preferite e le mie poesie, per cantarle, suonarle e sentire come viaggiano le onde della voce senza fermarsi ai semafori o ai muri di cemento. Ma ho pensato di fare un gesto ineducato e ho abbandonato la mia presunzione.
Volevo portare anche due chili di spaghetti barilla. Mi sono fermata per non cadere nella barzelletta della mamma emiliana.
Ma Pedro, sì proprio uno studente di anni 19, nel tramonto africano, nel patio della nyumba africana, su un lontano altopiano del sud, cantava Guccini.
Gli studenti Sepieri for Africa ( il Serpieri è il famoso istituto agrario di Bologna)
Tutta colpa di un’associazione di volontari attivi e sinceri che da 11 anni creano servizi per bambini e case per le loro mamme dalla Tanzania al Kenya. For Ithanga è il loro nome.
I soci di Bologna sono tutti laici e hanno i figli nelle scuole pubbliche. Dove è nato e cresciuto l’intreccio fra mamme, preside e studenti, all’ombra della curiosità in un primo momento, sull’onda dell’entusiasmo poi, quando Antonino Triolo, il presidente di Forithanga, ha assicurato la possibilità di quattro borse di studio agli studenti dell’agrario. Si é sottoscritto un accordo per formalizzare l’esperienza destinata a dare credito e lustro ai suoi protagonisti. Uno stage di due settimane di lavoro agricolo in un centro di agricoltura e allevamento sostenibili a Mahinya, 1.200 chilometri da Dar El Salaam.
Il Viaggio
L’arrivo a Doha, capitale del Qatar, uno stato grande come la provincia di Bologna, è una sosta che non ti aspetti: una full immersion nel lusso degli emirati arabi.
Milioni di persone in dedali di scale mobili, cristalli scintillanti, hostess sorridenti e un’efficienza come non la vedevo più dagli anni ’80, alla Fiera di Milano.
Perfino la moschea con pareti di cristallo. Fra lussuose boutique e ristoranti operativi all’una di notte.
Altre sei ore e l’aereo scende a Nairobi per un’ora. E’ buio e io mi sono addormenta fra comodissimi cuscini e coperte di lana. L’aereo più confortevole in cui abbia mai viaggiato. Qatar Airlines.
Il volo riprende e alle luci improvvise dell’alba i ragazzi vedono il Kilimangiaro, il monte più alto dell’Africa. Con la neve. Sì quella descritta da Hemingway. E’ vera neve africana. Sono emozionata. Ripercorrere le avventure di uno dei miei scrittori preferiti mi mette i brividi.
L’arrivo a Dar el Salaam assomiglia a Città del Messico.
Qui sono severi con i turisti: ti prendono le impronte digitali su una macchina che radiografa: prima quattro dita e poi il pollice, mano destra e mano sinistra. Ci sono almeno 12 guardie al di là del vetro che controllano i passaporti. Ma ci sono solo 7 turisti, in fila.
Il visto costa 40 dollari.
Poi esci senza controlli.
Dar El Salaam
Ci attende un fuoristrada. La città ha lo stesso traffico di Mombai e di Città del Messico, si guida a sinistra e le auto sono quasi tutte giapponesi.
Agli incroci di un traffico impossibile da governare, tutti i vigili sono donne.
Si punta verso sud ovest verso Nyololo.
Attraversiamo il primo parco di Mikumi il piccolo Serengeti. L’aria della sera è pungente. Mangiamo sotto un tetto enorme di paglia il primo piatto di riso e fagioli. La birra non manca mai.
Fa freddo.
Non ci si aspetta il freddo di Cortina in Tanzania a luglio. L’acqua è scaldata da ombrelli solari o dal fuoco.
A Nyololo visitiamo un orfanatrofio con bambini che non sanno sorridere e un ospedale dove non si vede nessuno, ma si sente che è un’oasi di cura.
La strada prima sale sui monti verso ovest, si sosta a Iringa, si visitano altre realtà di missionariato laico che ex insegnanti di Bologna hanno realizzato con la diocesi di Iringa per bambini disabili.
Attraverso Njombe e le sue cascate riprendiamo il viaggio per Mahinya. Quasi al confine con il Mozambique. Montagne e vastissima distesa di vegetazione.
Il piccolo Serengeti ci regala zebre, giraffe e babbuini. L’autista guida veloce lungo una strada che sembra la Futa, ma è il luogo in cui tutti vivono, vendono, trasportano sulla schiena fascine, passeggiano, vanno a scuola, portano cose da un villaggio a un altro.
I Masai sono proprio cole li vedi in Tv: alti, indossano una stoffa colorata e portano un bastone. Pascolano buoi primitivi, con gobba come quelli delle grotte di Cro Magnon, ma hanno tutti il cellulare e passeggiano ai bordi della strada con andatura saltellante.
Kitamba cha mesani
Tovaglia per la tavola. E’ un kanga, un foglio di tessuto leggero che le donne indossano come gonna. Ha sempre una scritta benaugurante, benedicente, che fa bene alle gente che incontri.
E’ il vecchio zinale che le donne del centro Italia indossavano orgogliose e da cui non si separavano neppure nei giorni di festa, quando diventava ricamato e profumato. E’ lo scialle che le antiche sarde scivolavano con gesti sensuali dalle spalle alla testa.
Tutti i giorni scuoto e lavo e cerco di liberare dalle briciole questo petalo di stoffa che le donne di una piccola cooperativa stanno creando. Chekechea vicino a Mnsido. Ci accolgono ballando, ci ringraziando danzando, ci salutano cantando. Chi è felice balla, chi ti vuole ringraziare danza per te.
Qui in Africa, nell’Africa che è sempre stata il punto caldo del mio cuore, anch’io ho sempre cantato e spesso urlato, in macchina da sola, quando sorpasso le mie paure, quando trovo una soluzione insperata, quando vinco la scommessa della vita con qualche collega depresso, quando il mio studente preferito, disabile, per caso diventato occupato, mi offre la pizza del suo compleanno.
Qui ringraziano la vita con espressioni musicali, corali, naturali, che trasmettono entusiasmo e sincronicità. Sono in sintonia con il loro mondo, sono dentro ai loro progetti, sono in corsa con se stesse. Forse impareranno da sole a fare borse, tovaglie, accessori porta computer. Forse avranno tre o quattro bambini e il tempo scorrerà attraverso la loro vita troppo in fretta. Troppo aids, gesti di amore e di malattia che non vedi e non conosci.
Ma una sorte improvvisa fa scomparire mamme, maestre, assistenti sociali: un buco fra generazioni, uno strappo nelle famiglie, alcune già strappate, altre sterminate.
Una strada di terra rossa da Songea arriverà al Lago Malawi e farà correre camion e merci e tante malattie sessualmente mortali.
Tutti i progetti di agricoltura sostenibile insegnano come proteggersi e riparare le proprie figlie.
Ogni villaggio ha uno spaccio che vende di tutto, a temperatura ambiente. Pepsi, noccioline, condom colorati che pochi hanno i soldi per poterli usare.
I bambini dell’Africa
Freddy, Nelson Wilson. Si chiamano tutti con nomi portati dalla lontana storia coloniale. Alcuni si chiamano Good, Good Luck. Buona fortuna. Sono belli. Hanno tutti i capelli cortissimi. Li vedi lungo le strade con le school uniform colorate. Rosse e blu, gialle e verdi, viola e turchesi. Sempre a piccoli gruppi lungo le strade.
Unicef e Fao e i soloni statistici della fame mondiale tracciano infiniti zero dopo il numero degli orfani africani. Forse 30.000.000. Centinaia di migliaia di affetti dispersi, di piccole creature lasciate alla generosità di bianchi missionari.
I bambini non ridono, giocano con vecchi copertoni di bicicletta al gioco della spinta, portano i fratellini sulle spalle, fasciati in un pezzo di stoffa.
Le bambine vestono abiti di foggia locale: a volta piccoli pizzi, kanga in miniatura. Hanno i piedi sempre scalzi o in piccole scarpe di plastica nera. L’unico libro da colorare l’ho visto fra le dita di una bambina disabile a Iringa, dove a Nyuma Ali due coraggiosi emiliani hanno creato un’oasi per bambini di strada. Erano soli, sporchi, disperati e anche con gravi disabilità.
Niente e nessuno ha fermato Bruna e Lucio.
Chi sceglie questa vita, ha già saltato altri fossi e vive intense relazioni di affetto e solidarietà, condivide emozioni e distingue il linguaggio sottile delle sensazioni.
Lo scambio è troppo complesso. Un bontà che non ha aggettivi.
Conosco i miei limiti e cerco di non piangere.
Ero nella troppo organizzata Danimarca in altro progetto di inclusione sociale, quando visitai un centro dove casi disperati venivano socialmente controllati fino ai 18 anni e poi scaricati alle famiglie.
Civilmente perfetto, ma umanamente disperato.
In Italia abbiamo la compresenza, l’integrazione, dove i ragazzi scavano relazioni e trovano chiavi di sopravvivenza con cui aprire varchi in una società dove ci sono stretti margini di spazio.
In Africa gli spazi sono immensi, i bambini con gravi problemi o muoiono o la sorte li porta in questi centri.
Faraja e i frati della Consolata
Evviva la benevolenza del Signore che mi ha dato la possibilità di incontrare padre Franco. Mi fa visitare il bellissimo centro che fra pochi anni lascerà ai locali. Una vita di lavoro e di preghiere, di tessere di un mosaico umano che ha cresciuto tanti bambini soli e li ha portati a vivere con salute e dignità, a studiare, a lavorare e a creare le loro idee con l’arte degli artigiani del legno, con l’esperienza dei meccanici del ferro.
Il Centro di Faraja illumina gruppi di bambini che coltivano le loro piantine, di ragazzi che calciano i palloni, di operosi studenti residenti che sono aiutati da amici e famiglie e intere comunità. Gli studenti di tre università vengono ad aiutare tutti i sabati e sono felici di dare un contributo a un’oasi di fertilità intellettuale, di ingegno, di impegno umano e morale. I fondi sono donati da famiglie italiane di un piccolo paese fra Cuneo e Torino, che hanno creato una rete di solidarietà con base a Savigliano, Piemonte, Italia.
Tanti piccoli con l’Aids sono curati con l’aloe vera che sana tante piaghe, in particolare rinforza il sistema immunitario. la salute è un bene comune che tutti difendono anche con l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio che a poca distanza ha aperto un ospedale a Iringa per malati di Aids e una volta al mese arrivano anche qui a Faraja con medicine, vestiti e quaderni a colori.
Franco mi regala i semi del miracle tree, del tamarindo e mi fa due piccoli fagottini di aloe vera in un pezzettino di giornale. Li ho sul mio terrazzo, sono già cresciuti e diventeranno una coltivazione.
Il Sindaco e il serbatoio dell’acqua
I bambini delle scuole pubbliche africane studiano libri in giallo e marrone. Non hanno colori: troppo costosi e dispendiosi. I bambini arrivano a scuola con la loro bottiglia di magi – acqua- e forse dopo due ore di cammino su strada sterrata senza niente nello stomaco. A scuola le maestre preparano minestre di farina di mais bianco con un po’ di riso e la polenta di noccioline
Il sindaco è vestito di verde con i colori del partito CCM al governo e mi parla delle priorità del nuovo presidente in carica.
Educazione e agricoltura, ma nel villaggio non c’è acqua, non c’è un pozzo e le piantine piantate dai piccoli allievi della sua scuola trovano frettolosa protezione sotto una foglia di cocco.
Anche la divisa dei bambini è verde la classe è composta da trenta piccolissimi, minuti e minuscoli: manca la crescita proteica delle civiltà consumistiche: la merenda è ugali: polenta di miglio e mais, sempre la stessa.
Anche gli oggetti del vestiario sono made in Africa: i bambini indossano casacche e le bambine camicia e gonnelline e non hanno nulla in comune con i nostri supergriffati leoncini, ma sono curati e custoditi nei cortili delle case dove le mamme cucinano a terra, su focolai di legno.
Lascio la Tanzania dopo aver percorso 2.400 chilometri, con l’impegno di amare e rispettare un paese che vive con altre logiche, che ha gusto e storia e tradizioni. Anche tante contraddizioni. Ma in questo mondo globalizzato chi è più infelice?
Sono contenta dell’esperienza che nella mia ragione ha prodotto la nuova sensazione: sono stata colpita dal mal d’Europa, quella terra di ebbrezze dove sono stata cresciuta e ho attraversato storie eccezionali, dove ho navigato far monti e mari, sperando un giorno di vedere i tramonti africani fra leoni e banani.
Capisco che ognuno ha un luogo dove la sua storia si dipana: la mia è in Val Padana, ma so che tanti vogliono partire con ONG o per il servizio civile e allora ho preparato un sintetico vademecum.
Lavorare in Tanzania
In Tanzania esistono molte possibilità di lavorare nel volontariato, soprattutto nel campo dlel'insegnamento, in ambito sanitario e ambientale
Voluntary Services Overseas vso www.vso.org.uk
Peace Corps www.peacecorps.gov
Voluntary abroad www.volunteerabroad.com
Trade aid www.tradeaid.org/volunteer
Frontier www.frontier.ac.uk
www.ongitaliane.it fornisce un elenco dettagliato delle oNG presso le quali i volontari del servizio civile ( pagati) possono prestare servizio nell'ambito di specifici progetti
LINK collegati QATAR
Il resort subacqueo da mezzo miliardo di dollari
http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/14/foto/il_resort_subacqueo_da_mezzo_miliardo_di_dollari-20425092/1/