Il “maggio” e il suo cantare
Il canto del Maggio, ancor oggi diffuso nell’area dell’Appennino tosco-emiliano ed in altre aree dell’Emilia Romagna e della Toscana, è un’espressione culturale tradizionale di grande importanza ed originalità.
L'albero simbolo del “cantar maggio” è il maggiociondolo, con il verde delle foglie e il giallo dei suoi fiori. Giallo e verde sono i colori dei fazzoletti al collo e dei nastri sui cappelli dei canterini, nella festa che comincia la sera e si protrae fino a notte fonda, quando termina il giro augurale delle case.
Il “cantamaggio” è una antichissima tradizione, viva ancora oggi in diversi luoghi d’Italia, che celebra, con riti propiziatori, la rinascita primaverile. Maggio, oltre ad essere uno dei mesi più miti dell’anno era anche un invito alle ragazze nubili ad aprire il loro cuore all’amore.
Sembra che i canti del maggio abbiano origine celtica e ancora oggi in tutta Italia, ma soprattutto il Emilia-Romagna e in Toscana, gruppi folk, associazioni culturali cercano di far rivivere il rito del maggio, rito intimamente legato alla questua dei maggianti.
I maggianti andavano di casa in casa cantando strofe benauguranti agli abitanti in cambio di piccoli doni, come pane, dolci, vino e uova. L'uovo, personaggio principe di queste questue primaverili, simboleggiava la rinascita della natura per i cantamaggio laici. La questua dei maggianti non era solo una semplice raccolta di cibo ma aveva un particolare significato magico e propiziatorio.
Al canto non può mancare l'accompagnamento del piffero, che con la fisarmonica, l’organetto, il violino e spesso la müsa fornisce la traccia musicale alla manifestazione. I musicisti seguono i canterini suonando brani da strada (come la sestrina) nei trasferimenti da un luogo all'altro; brani da ballo di gruppo (come alessandrina, monferrina, piana) e di coppia (valzer, mazurca, polca a saltini) vengono eseguiti in un cortile, in una piazzetta o per la strada, ovunque lo spazio sia sufficiente. I musicisti danno modo ai canterini di tirare il fiato, poiché il loro canto viene ripetuto nella nottata un numero di volte equivalente al numero di case.
La tradizione del maggio è viva, come abbiamo visto, anche nella valle del Trebbia con il nome di “carlin di maggio”, in Val d’Arda, sempre nel piacentino, dove si chiama “calendimaggio”, nel reggiano, intorno al comune di Villa Minozzo, e in alcune frazioni appenniniche a cavallo delle province di Piacenza e Pavia.
Invece “la maje”, la maggiolata, una tradizione non ancora spenta in Romagna, vuole che il primo maggio, prima che il sole si alzi, si mettano rametti di spino bianco e di betulla nei campi perché la vite non abbia a soffrire della rugiada. Con gli stessi rami dovranno essere adornati i davanzali delle finestre per impedire alle formiche di entrare nelle case a fare danno ai granai. Tradizione antichissima che risale al tempo di Giustiniano Imperatore quando si ponevano i “rami di majo” alle porte ad indicare amore.
Sempre all’interno della ritualità del mese di maggio troviamo anche Il Maggio drammatico, una tradizione popolare ancora presente nelle zone dell'Appennino Emiliano e del versante toscano e garfagnino. Si tratta di uno spettacolo in costume in versi cantati e accompagnato da strumenti come violini, fisarmoniche e chitarre. I versi sono in endecasillabi e sono cantati in quartine, sonetti ed ottave.
La rappresentazione si è sviluppata sulla base di antichi riti agrari connessi al ritorno della primavera, dei quali conserva tuttora tracce eloquenti, come lo spazio scenico di forma circolare in un luogo alberato, la processione, il travestimento, la presenza del Paggio, il canto, l’agonismo, la questua e talvolta la danza a fine spettacolo.
I più antichi copioni e le più antiche notizie che si hanno sull’argomento, testimoniano uno spettacolo relativamente breve, tanto da poter essere rappresentato più volte nello stesso giorno e tutto impostato sul motivo guerresco della lotta fra due popoli o due regni, sempre fra loro contrapposti nella personificazione del Bene e del Male, con l’immancabile vittoria dei buoni e il conseguente annientamento dei malvagi.
Con il Maggio si tramanda un “genere” di teatro che esprime l’incontro tra le più autentiche radici culturali delle nostre popolazioni e le figure della letteratura colta, del mito, della storia antica: dalla bibbia alla vita dei santi, dalla tragedia greca al teatro di Shakespeare e di Metastasio, dai grandi poemi epici del rinascimento alle storie di eroine popolari come Pia de’ Tolomei e Genoveffa di Brabante.
a cura di Angela Benassi
