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Hic sunt leones
Lucia Cucciarelli
Scossi dalle vicende che questa estate hanno attraversato la politica, l’economia e le deboli imbastiture delle nostre vite sulle quali abbiamo tessuto decenni di duro lavoro, ci siamo concessi un fine settimana low cost a Venezia, viaggio in treno, alloggio nella foresteria di un convento sull’Isola di Giudecca.
Meta: la biennale, il festival del cinema e l’impressionante offerta di arte & architettura & cultura che solo Venezia riesce a confezionare in modi nuovi e inattesi. Unico eccesso per festeggiare una riunione fra amici da città vicine del centro Italia: la prenotazione on line di un film al pala biennale.
Abituati a vivere e giudicare le città secondo una check list di criteri che comprendono facilità di trasporto, qualità e rapidità dei mezzi stessi, accoglienza, pulizia, rumore, buone maniere, rapporto qualità prezzi, facilità di percorsi e di accesso ai luoghi degli eventi, facilità di fruizione anche per chi ha un reddito debole, abbiamo deciso di dare a Venezia un 10 e lode.
Venezia è un laboratorio di teorie culturali, ma anche di buone prassi civiche, di arte del massimo spessore ma anche di apertura non solo ai privilegiati, ma anche a chi vuole imparare. E’ un esempio di sana politica attiva che ha saputo reinventare e rinnovare, superando i traumi di altre città simbolo di cultura e storia dell’architettura.
Il Festival del Cinema al Lido
I flussi di passeggeri che il Lido assorbe negli angusti spazi di carico e scarico dai traghetti e riorganizza in percorsi secondari per alimentare le varie sale quasi holliwoodiane con giganteschi schermi, la celerità di acquisto dei biglietti, la separazione quasi naturale fra i luoghi dei pedoni e delle limousine italiane ha superato la velocità di Cannes dove avviene la più stupefacente trasformazione di un luogo a misura di uomo e di plage familiare, in un ‘non luogo’ del business dell’immagine. Ma sono necessarie transenne e centinaia di nerboruti maschioni da guardia in Rayban neri 24, mentre a Venezia la logica dei ponti, dei canali e la separazione storica delle case gentilizie fra il dentro e il fuori non necessità di altre forzate limitazioni. Se a Cannes ogni anno più di 10.000 persone traggono lavoro da questo celebre evento, che è un contenitore di spazi mediatici, televisivi, sonori, fotografici, con ritmi a volte un po’ paranoici, a Venezia sembra che tutta la città si impegni in uno sforzo che – come il suo rinomato Carnevale - è corale, forse sarebbe meglio dire comunale, nel senso che tutti i commessi, gestori, abitanti, gondolieri, commessi e camerieri sono straordinariamente gentili e disponibili a convivere con le logiche schizofreniche dei turisti.
Un turismo per tutte le tasche
Venezia non esclude nessuno, fa giocare tutti: quelli che siedono nelle gondole e si fanno fotografare, quelli che non ci possono andare, ma le guardano dai ponti e ne inseguono il lento procedere sotto la guida sempre un po’ distratta e distaccata di bellissimi gondolieri in rigorosa divisa bianca e rossa.
A sinistra, sulla riva degli Schiavoni, enormi yacht che battono bandiera del Sudafrica o britannica sembrano quasi un’espressione di confine se confrontati con la meraviglia architettonica delle calli che dal lato opposto offrono le più spettacolari cornici di romantici sogni a chiunque le voglia attraversare.
E questi giganti di miliardaria esclusività si devono fermare, ancorare e non possono entrare. La logica del conto corrente qui non si sente.
A Venezia chi ha fretta si ferma e guarda le onde infrangersi contro le banchine dei vaporetti, il tempo rallenta, ma costringe ad osservare tesori di eccezionale architettura, miracoli di storia in bilico fra i secoli, e innovazioni geniali quali il ricovero della barche da diporto meccanizzato a più piani che si nasconde sull’Isola di Giudecca, con un’organizzazione più spregiudicata e tecnologicamente controllata di altri mitologi porti della Costa Azzurra.
Generosamente aperte sono tutte le oasi letterarie dove si consumarono incontri e passioni cinematografiche, i vari hotel Excelsior, Danieli, Harris Bar, il tappeto rosso del Festival, le limousine nere, i bar dove i fotografi accreditati bevono frettolosi aperitivi. Sono i coreografici spazi che hanno generato fiumi di film e romanzi.
Ma vivere Venezia significa perdersi in calle segrete, respirare la brezza del mare anche fra i muri delle case, fermarsi in chiese dove è possibile scoprire il capolavoro mai visitato, l’osteria dal soave prelibato, il baccalà mantecato con la fine polenta bianca e le sarde in saor appena cucinate. Spazi riservati.
Le atmosfere
Venezia genera un calore strano, forse è il vino che trovi in ogni osteria, forse è la bassa architettura che avvolge e separa da routine e problemi, forse è la città che ti costringe ad abbandonare ansie e schemi per vivere quelle atmosfere da Casanova, esplorando luoghi e luci sempre surreali e fuori tempo che ti accolgono dentro. E’ la città degli amori, delle lune di miele, dove non devi essere ricco o famoso per avere una qualità di vita eccezionale.
La Regata storica è passata domenica 4 settembre sotto ponti e canali. Non c’erano ingressi speciali, biglietti di prima visione, ma un’occasione per tutti di tifare con passione e vedere immagini del rinascimento, battelli a remi senza vento, equipaggi in abiti damascati, ma anche ragazzini allenati all’uso del remo e a vivere il mare.
La Biennale è come una macchina del vento
Non a caso “la Biennale è come una macchina del vento”- dice il Presidente Paolo Baratta - ogni due anni, scuote la foresta, scopre verità nascoste, dà forza e luce a nuovi virgulti, mentre pone in diversa prospettiva i rami conosciuti e i tronchi antichi. La Biennale è un grande pellegrinaggio dove nelle opere degli artisti e nel lavoro dei curatori si incontrano le voci del mondo che ci parlano del loro e del nostro futuro-
Secondo noi, umili gitani metropolitani italiani, l’incontro fra arti visive, installazioni, recuperi, crash art, instant narration, touch pad, sonorità digitali, emozioni virtuali è già una nuova dimensione dove Patty Smith parla di Rimbaud.
http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/baratta/
Patty, l’America degli anni ’70 e gli eventi collaterali
La logica è quella delle reti neuronali e siccome chi ha già vissuto tante emozioni e tanti anni, prima o poi li reincontra, accade che mentri passi dal Padiglione ungherese a quello polacco, vedi inseguire una magra signora dai capelli scarmigliati che indossa una giacca di panno nero alle 16 di un pomeriggio di afa estiva e ti chiedi se anche quella è un performance. No è Patty Smith, il mito del rock con cui hai ballato, amato, guidato, creduto, brindato, partorito, seppellito, che a soli 65 giovani anni di voce sempre quella siede davanti a te e parla di Rimbaud.
‘You can always perform poetry everywhere’
Ma come fai a saperlo, vieja maldida?
It was not a matter of communication: Rimbaud wrote illuminated poetry.
E quando smise di scrivere poesie lavorò come esploratore per il National Geographic e quando Patty nel 1989 smise di fare la rock star diventò madre e mogli e scrisse 5 libri.
Patty ha preso la chitarra e io mi sono persa in lontane emozioni.
Al punto da non riuscire a fare un flash film per youtube
Per fortuna ci hanno pensato altri.
http://www.youtube.com/watch?v=JrCNuhEfkBg&feature=youtube_gdata
The Clock l’ora che ha vinto la Biennale Arte
‘The Clock’ dell’artista americano Christian Marclay è un film di 24 ore composto da sequenze di diversi film, in cui i personaggi interagiscono con il tempo. Ad esempio, guardano l’ora o nella stessa inquadratura appare un orologio, e ogni sequenza coincide con l’ora reale dello spettatore. “Quindi – osserva l’autore nel catalogo - gli spettatori guardano al secolo trascorso, ma hanno anche il senso di abitare il presente”. The Clock è una scrittura di luce che mette in discussione spazio e tempo, assemblandone tre dimensioni: quella reale che accompagna lo spettatore, quella fittizia dei film e quella artificiale e riutilizzabile di un video, ma è anche una meditazione sul mosaico di storie accidentali che producono e rimodellano il significato di secondo in secondo.
Tutta l’Esposizione Internazionale d’Arte è dedicata alla Luce, alla Fotografia che è scrittura di luce e a realizzare una mostra ‘senza confini’. Chi sa tutto e fa il critico non ci vada.
Secondo noi è una dimensione che rigenera: la raccomandiamo ai sognatori, ai cantautori, a chi ha poche speranze, a chi non ha fatto vacanze.
Bice Curiger
E’ la grande regista di ILLUMInazioni, la 54 esima Esposizione Internazionale d’Arte, favorendo questo rinascimento di arte e immaginazione che ha ricreato percorsi di senso e ha incoraggiato l’avvicinamento fra artisti contemporanei, tre tele del Tintoretto e le luci di Venezia, realizzando una mostra che è piena di ironia e di sfide intelligenti.
“L’arte di Tintoretto è eterodossa e sperimentale e si distingue per un marcato trattamento della luce. La presenza di questi dipinti alla Biennale deriva dalla convinzione che con la loro immediatezza pittorica possano ancora oggi rivolgersi al pubblico contemporaneo”.
La filosofica Curiger ha posto a tutti gli artisti 5 domande sui temi dell’identità e dell’appartenenza
1. la comunità artistica è una nazione?
2. quante nazioni ci sono dentro di te?
3. Dove ti senti a casa?
4. Che lingua parlerà il futuro?
5. Se l’arte fosse uno stato cosa direbbe la sua costituzione?
Le risposte pubblicate nel catalogo disegnano una mappa dell’immaginario collettivo in questo spicchio del nuovo millennio.
( da Press Mostra)
La mostra stessa costituisce un’opportunità per fornire impulsi di avvicinamento tra gli artisti, chiamati a creare grandi strutture scultoree, i parapadiglioni. Song Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West sono stati invitati a dar forma ad un parapadiglione ciascuno, in modo da potere ospitare al suo interno le opere di altri artisti. In questo modo, nel percorso espositivo si incontrano condensazioni e intrecci di espressioni artistiche. A differenza della consueta “narrazione” additiva, che dispone una accanto all’altra le opere di singoli artisti nell’ambito di mostre collettive, i parapadiglioni mirano a dinamizzare la presentazione. Sono sorte così nuove forme di collaborazione tra gli artisti. Come nel caso del parapadiglione di Tuazon, che ospita al suo interno un’opera di Asier Mendizabal, mentre Ida Ekblad utilizza le pareti esterne come sfondo pittorico del suo intervento. Franz West presenta a Venezia la ricostruzione della cucina della sua casa di Vienna. Le opere dei suoi amici artisti che sono lì solitamente esposte compaiono ora sui muri esterni della struttura, mentre all’interno Dayanita Singh presenta la proiezione Dream Villa. L’avvicinamento reciproco degli artisti è stato ricercato attraverso un ulteriore intervento curatoriale, elaborando cinque domande relative alla tematica dell’identità che sono state poste sia agli artisti dell’Esposizione Internazionale, sia a quelli dei padiglioni nazionali. Le risposte sono state riprodotte nel catalogo, dove le voci degli artisti contribuiscono a formare un paesaggio mentale collettivo e contemporaneo.
Tornando al titolo, il richiamo alla luce è evidente in molte opere in mostra. James Turrell crea uno spazio luminoso, un mare di luce colorata in cui i concetti spaziali di vicinanza e lontananza si dileguano. Con Philippe Parreno e Jack Goldstein sono poi rappresentati in ILLUMInazioni quegli artisti di una generazione successiva che tramite il soggetto della luce si sono rivolti anche alla realtà dei mass media. Inoltre, è scontato che in ILLUMInazioni la fotografia rappresenti un tema particolare, con Luigi Ghirri, Annette Kelm o Elad Lassry.
Un gran numero di artisti in mostra attinge all’enorme bacino dei miti popolari o della cultura di massa che si sono impossessati di noi. Sulle opere di Katharina Fritsch, Loris Gréaud, Peter Fischli e David Weiss, Cindy Sherman, Rashid Johnson o Christian Marclay influisce forse anche quella “ispirazione materialistica, antropologica” che Walter Benjamin ha collegato all’“illuminazione profana” nel suo saggio sul surrealismo.