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Strana Italia
di Lucia Cucciarelli
Il padiglione fieristico è imponente. Fiumi di gente bellissima, patinata, arredata con accessori fetish e pellicce che non si vedevano più da lustri. Gioielli artistici di grande espressione e solo in minima parte etnici.
Scollature generose, facce distese in sorrisi compiaciuti posati sugli oggetti che le gallerie di ogni continente (parliamo ovviamente delle capitali del gusto danaroso, Ginevra e Miami, Parigi e Venezia) mostrano quasi con annoiata ostentazione.
I fari che innondano di luci sono migliaia e nei passaggi gremitissimi si perde quasi l’orientamento da tanta generosa folla di installazioni, sculture, invenzioni, apparecchiate in modo sapiente per un pubblico esigente.
La la crisi dov’è?
Mi viene un dubbio atroce.
E se questa Italia fosse la vera economia sommersa, se fosse questa una parte d’Italiani che non vogliono più muri immobiliari crollati dallo sgonfiamento delle bolle speculative, che non si fidano più di bond e di cedole miserabili, ma che si illudono di riporre nell’arte una scommessa finanziaria vincente?
Mi guardo intorno incredula.
I galleristi stranieri sono sereni e soddisfatti negli stand che dischiudono le espressioni di un’arte contemporanea poco preoccupata del sociale e molto attenta a effetti ludico sonori, fra acquirenti contenti e imprenditori, collezionisti, vip e calciatori che si mescolano a una grande folla che beve costosi calici di champagne Laurent Perrier.
Unica bevanda disponibile negli eleganti chioschi apparecchiati in ogni stand.
E anche qui è fila alle casse.