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Guerra e Pace nel 2010
di Cristina Ropa
“Guerra e pace”, così Tolstoj ha intitolato il suo romanzo più celebre, proprio come il binomio su cui da sempre si realizza una diatriba senza fine. Due termini considerati ormai banali, scontati, all'ordine del giorno. I media ci propinano incessantemente eventi, fatti, cronache che alla base hanno intrinsecamente l'evoluzione di uno piuttosto dell'altro. Ma la sistematicità non significa anesteticità. Non è che il ripetersi continuo di un termine deve portarci alla dimenticanza del significato del termine stesso. Dal dizionario della lingua italiana con “guerra” si indica “il conflitto armato fra Stati o popoli per motivi politici, ideologici o economici, combattuto sul territorio di uno o più contendenti con armi di varia natura: g. chimica, batteriologica, nucleare, atomica; g. terrestre, aerea, marina, sottomarina; prigioniero, invalido di g.” mentre con il termine “pace” si indica l'“assenza dello stato di guerra nei rapporti fra Stati o all'interno di uno stesso Stato, assicurata anche dalla mancanza di qualsiasi tipo di violenza e garantita dal rispetto dei diritti dei popoli e dei singoli individui”. Si parla di conflitto armato quindi mezzi che distruggono l'uomo, che lo vogliono annientare. Perchè? Tendenzialmente i motivi sono mossi dalla smania di potere, di denaro, di visibilità sociale tutto ciò che l'uomo odierno considera il Santo Graal per la felicità dell'individuo, per la sua realizzazione. Quando questi obiettivi portano l'essere umano ad uccidere un altro essere umano la faccenda non è più tanto romanzesca. Siamo di fronte alla completa perdita di coscienza, di consapevolezza che se uccidiamo un nostro simile uccidiamo una parte di noi stessi. Non importa quanto più malvagio di noi, quanto più spregevole d'intenti. All'interno di un conflitto di guerra tutto questo viene azzerato. Non ci sono distinzioni uomo o donna, giovane o adulto, vecchio o bambino bensì tutto si basa su un altro semplice binomio: nemico o alleato. L'alleato ti aiuta a distruggere, il nemico và distrutto. Poi però c'è qualcuno che non vede in queste tematiche la banalità e la quotidianità ma le percepisce come il bisogno, oserei dire come il dovere di intervenire in prima persona, con tutto ciò che può offrire per fermare un vortice di distruzione di massa. Il rispetto per i diritti dell'uomo e dei singoli individui viene intrapreso come una missione, un fine nobile che uomini di valore vogliono portare a compimento. In questi giorni sono state sollevate innumerevoli polemiche sull'associazione Emergency e soprattutto sui tre italiani arrestati in territorio di guerriglia Afgano. La ricomposizione degli eventi, il susseguirsi quotidiano della vicenda è un fatto importante ma a sé. Quello che appare agli occhi come un lampo accecante, quasi disarmante sia per la pochezza di umanità che per la totale assenza di consapevolezza della realtà è come si possa strumentalizzare un movimento volto alla pace e al bene . L'essenziale è invisibile agli occhi? Qua di essenziale non c'è niente. Questa è vita nella sua totale pienezza, pragmaticità, concretezza e aimè durezza. Le persone che mettono al servizio le proprie conoscenze, le proprie capacità, la loro stessa vita per fini così nobili dovrebbero essere innanzitutto rispettate e ammirate. Nelle dinamiche direzionali di un paese indubbiamente le figure che muovono disposizioni in ambito amministrativo sono centrali ma sono proprio queste figure a dover riconoscere e appoggiare il prodigarsi dei missionari da nobili intenti. Non c'è bisogno di riconoscimenti o glorificazioni, non è questo che muove la compassione matrice di certi animi. Basta prendere atto di ciò che rappresentano, che non è un utopia, che non è un semplice sogno banalmente incanalato nel famigerato processo di anestesia generale ai principi della vita. Basta comprendere che uomini e donne, con tutti i loro pregi e difetti come noi, rappresentano una realtà concreta per lo sviluppo della pace.